Finanziamenti PMI: perché non se ne fanno più.

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Gli imprenditori lo toccano con mano da anni: le banche finanziano le piccolo e medie imprese sempre meno. Ma perché ?

I prestiti alle aziende con meno di 20 dipendenti diventano ogni anno sempre meno ma non è sempre “colpa” della poca affidabilità delle imprese che ne fanno richiesta.

L’indagine è stata compiuta dalla Confederazione Generale Italiana Artigiani (CGIA) la quale ha evidenziato le grosse difficoltà che gli artigiani e i piccoli imprenditori hanno nel reperire i finanziamenti necessari per proseguire le loro attività.

La CGIA rileva che a parità di rischio i finanziamenti dati alle piccole imprese o artigiani arrivano a tassi di interessi con 300 punti base di differenza rispetto alle imprese maggiori.

Tradotto in soldoni: se l’impresa A chiede un finanziamento ed ha più di 20 dipendenti gli fanno un tasso di interesse del 4% ad una impresa B con 5 dipendenti o ad un artigiano che fa lo stesso lavoro di A e con gli stessi rischi di A, il finanziamento viene fatto al tasso di interesse del 7% (3% in più).

La conseguenza è che all’interno delle microimprese non si fanno più distinzione tra imprese virtuose ed imprese “vulnerabili ed esposte”. Il che è evidentemente ingiusto e dannoso per il mercato. E’ giusto non prestare soldi a chi ha gestito male la propria azienda per evitare che faccia altri danni, ma chi ha sempre tenuto i conti in ordine (a fatica) meriterebbe di essere premiato e di essere fatto crescere!

Allora perché le banche non finanzino più le piccole imprese e gli artigiani, anche se sono sempre stati “virtuosi” e non hanno mai avuto problemi a ripagare i prestiti?

Il motivo sono i costi. Le istruttorie per ogni finanziamenti hanno dei costi fissi che possiamo dire essere gli stessi per tutti i tipi di finanziamenti: dai finanziamenti alle piccole imprese a quelle per le grandi imprese. Infatti le attività da svolgere per erogare un prestito sono sempre le stesse a prescindere dal prestito.

Ma una PMI o un artigiano non arriverà mai a chiedere finanziamenti stratosferici perché non avrebbe le possibilità di ripagarli e perché, avendo un’attività ridotta non necessitano comunque di grandi importi per proseguire il lavoro.

Il profitto delle banche è però negli interessi applicati sui soldi prestati. Un conto è avere indietro il 4% di 400mila euro richiesti da una grande impresa, un altro conto è riavere indietro il 4% di 40mila euro richiesti da una PMI o da un artigiano!

Il guadagno maggiore la banco lo avrà sicuramente sul prestito più grande e così anche i costi fissi iniziali vengono coperti, mentre i costi fissi dell’istruttoria per il prestito più piccolo vengono a mala pena coperti dagli interessi maturati.

Se le banche non fanno prestito la malavita si però. Questa situazione ha fatto cadere (e fa cadere) molti imprenditori nella rete dell’usura e degli strozzini e, come se questo non bastasse, il Decreto crescita (D.L. n. 34/2019 convertito con L. n. 58/2019) ha peggiorato la condizione delle piccole imprese nel settore edile.

Infatti l’art. 10 prevede che in caso di lavori di riqualificazione energetica e/o di riduzione del rischio sismico, i cittadini hanno due scelte: la prima è usufruire delle detrazioni IRPEF (65% per la riqualificazione energetica e 50% per la riduzione del rischio sismico), la seconda è cedere lo sgravio fiscale all’impresa che si è occupata dei lavori in cambio di un forte sconto sui compensi.

Se il privato sceglie lo sconto sarà l’impresa ad avere la detrazione fiscale nella sua dichiarazione dei redditi, ma la detrazione al 65% o al 50% si rateizza in 5 anni.

Ipotizziamo che un privato abbia fatto un lavoro di riduzione del rischio sismico e invece di avere la detrazione fiscale al 50% delle prezzo pagato per i prossimi 5 anni, voglia uno sconto del 50% del prezzo subito. L’impresa che ha fatto i lavori si farà pagare la metà del lavoro subito dal privato, mentre l’altra metà la otterrà in 5 anni sotto forma di “sconti” sulle tasse.

Il risultato? Solo le grandi imprese potranno presentare ai privati fatture con gli sconti perché le piccole aziende e gli artigiani non hanno la liquidità per potersi permettere di farsi pagare subito di meno e poi di aspettare 5 anni per avere il restante.

Significa che le imprese più grandi faranno alle PMI e agli artigiani una concorrenza a cui è quasi impossibile controbattere.

A conti fatti il Decreto crescita sembra sia fatto per far crescere chi è già grande mentre per i piccoli la situazione è diventata anche peggiore.

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